A Milano la Gioconda di latta: Paolo Stefanato espone 442 lattine della sua collezione. Del Tongo, fino al 14 gennaio

Milano, Gabriella Poli – “Non mi interessa la zuppa Campbel né la Pop art di Handy Wharol, raccolgo solo lattine litografate, contenitori di cibo senza coperchio fatte per essere aperte e gettate via” – Paolo Stefanato, collezionista, giornalista e instancabile viaggiatore riassume così l’idea della mostra delle 442 lattine che da 30 anni raccoglie in occasione dei viaggi in ogni parte del mondo, esposte fino al 14 gennaio nello spazio Del Tongo in via Solferino 22 a Milano.

Le scatolette alimentari sigillate, a differenza di quelle con il coperchio, sono fabbricate per essere distrutte. Sono un semplice imballaggio che si getta e non si conserva, simboli inconsapevoli della vita quotidiana e dei consumi minuti. Eppure, nonostante Stefanato lo neghi, la sola idea di collezionare un oggetto come questo, apparentemente banale è di per sé un gesto artistico degno della Pop Art più classica.

L’idea – spiega Stefanato nacque una notte del 1987 a Chicago. Ero con un amico e collega in un albergo del centro e, visto che c’era un drugstore aperto (allora era impensabile per noi italiani che un negozio fosse aperto di notte) decidemmo di fare spesa e lì comprai la mia prima scatoletta. Era un barattolo di conserva di pomodoro con una contadinella ottocentesca litografata sul coperchio. La portai a Milano ma non ebbi mai il coraggio di aprirla perché era troppo bella. E così iniziò questa ricerca proseguita poi negli anni successivi. Ho ribaltato la logica del prodotto facendo diventare protagonista l’involucro anziché il contenuto. Trovai molti esemplari nel miei viaggi nei paesi del Mediterraneo, Francia, Spagna, Tunisia, Marocco dove si producevano per esempio le sardine con degli imballaggi veramente curiosi, tra l’altro quelle che si aprivano con la linguetta che ora non fanno più”.

Oltre alle sardine, tonno, pomodori, verdure, frutta, pesce e carni con grafiche inusuali e bizzarre, sono colorate e decorate con le immagini più diverse: fiori, pescatori, fabbriche, barche, figure e volti. Persino il ritratto della Gioconda. Vengono, dicevamo, da tutto il mondo, dall’Europa all’Argentina, dall’Italia alla Corea, passando dall’Africa e dall’Australia. Un racconto per ridare dignità a un oggetto dalla vita breve, che nasce per un tempo effimero al servizio del prodotto che contiene. La loro storia, come ha ricostruito Paolo Stefanato, ha più di 200 anni.

Nel 1810 le scatolette furono brevettate dall’inglese Pierre Durand che seguì le sperimentazioni del francese Nicolas Appert per la conservazione dei cibi in contenitori di vetro: Durand sostituì il vetro con lattine in metallo cilindriche. Il brevetto fu poi acquistato dagli inglesi Bryan Donkin e John Hall e l’industria che si sviluppò ebbe come primo cliente l’esercito inglese. Nel tempo, la leggerezza, la duttilità, la resistenza della latta, la qualità assicurata dai processi di conservazione, lo snellimento dei processi di lavorazione, fecero sì che la scatoletta iniziasse a diffondersi sul mercato fino a diventare, ai nostri giorni, un oggetto consueto nella vita quotidiana di tutti”.

Le scatole di latta – avverte Stefanato – appartengono a due grandi famiglie. Quelle con il coperchio, quindi riutilizzabili, che hanno sempre alimentato un collezionismo fiorente e molto decorativo. E quelle sigillate, che invece vengono gettate dopo aver protetto il loro contenuto. Più umili, poco considerate, pronte a diventare un semplice rifiuto. Questa collezione vuol essere un po’ il loro riscatto: se nessuno le conservasse, di esse non rimarrebbe traccia”.

Tra tutte quelle esposte nella mostra, due spiccano in modo particolare. Una fabbricata in Francia di marchio “Le dieux” su cui è disegnato un banchetto in cui Giove, Nettuno, Marte e Mercurio mangiano sardine: l’immagine è accompagnata da un falso verso dell’Iliade. L’altra, fabbricata in Italia, è quella delle “Alici in salsa piccante vera marca Rizzoli, Parma” in cui tre gnomi con barba e cappello tricolore sono sovrastati dal motto latino “Ante Lucrum Nomen”, prima il prestigio del nome e poi il guadagno. Valori solenni che sorprende trovare impressi su una semplice scatoletta di acciughe, fabbricata per essere distrutta.

Fa da cornice alle 442 scatolette il monomarca Del Tongo di Milano, uno spazio vivo di circa 300mq apparentemente allo stato grezzo, dove le cucine trovano rappresentazione per qualità, design, e tecnologia. Una mostra originale tutta da scoprire da Del Tongo fino al 14 gennaio 2017, in Via Solferino 22 a Milano. Il lunedì dalle 15.00 alle 19.00 e dal martedì al sabato dalle 10.00 alle 19.00.

www.gruppodeltongo.com

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Autore: GABRIELLA POLI

Giornalista professionista, iscritta all'Albo professionale dal 1988, ho maturato diverse esperienze nel campo della carta stampata, della radio (Radio RPL, Antenna 3) e della televisione (Rai e Mediaset, Tele Antenna 3). Dottorato internazionale in Tecniche della Comunicazione indirizzo Giornalismo. Sono stata, tra l'altro direttore di testata giornalistica. Ora mi diletto di argomenti vari quali l'Arte i viaggi e l'enogastronomia e scrivo libri. (guide di viaggio per la RCS e libri di restauro e arte per l'Editoriale l'Espresso) e romanzi: La sinfonia dei Templari.

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