Sulle orme di Gengis Khan nel Turkestan orientale

Reportage di Gabriella Poli – Allo sbarco dell’aeroporto di Urumqi, Mardan, la guida uigura, offre lo squisito pane locale cotto nel forno a legna che si trova nei villaggi. Ai lati dell’autostrada per Turpan, che sostituisce l’antica Via della Seta, dapprima il deserto ventoso con pozzi petroliferi e milioni di pale eoliche per il fotovoltaico si alternano ai fiumi turchese, ai campi di girasole, alla steppa. Turpan è un’oasi di vigneti a perdita d’occhio. E’ la contea più calda, depressa, fredda e secca del mondo. Grandi escursioni termiche da + 50 delle montagne fiammeggianti, ai – 50 della Contea di Fuyun nell’estremo Nord. Siamo nello Xinjiang – o Turkestan Orientale, nella versione turco-islamica – la regione più occidentale della Cina. Si tratta di un’area sostanzialmente desertica, che comprende il 17% del territorio del paese ma solo il 2% dei suoi abitanti. La regione confina con Russia, Mongolia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Afghanistan, Pakistan e India.

I vigneti di Turpan sono bassi. La notevole quantità di uva viene semplicemente essicata. Qui sono musulmani e non fanno vino. Le condizioni climatiche e la presenza di fiumi rende possibile coltivare frutta: fichi, pere, albicocche, pesche, melograni e meloni.

Gli uiguri, che costituiscono il 46% della popolazione dello Xinjiang, sono musulmani di lingua turcofona, con abitudini e tratti somatici molto diversi da quelli dei cinesi di etnia han. La distribuzione etnica nella regione è piuttosto netta. Gli uiguri si concentrano a Sud nel bacino del Tarim, che comprende Kashgar (3,9 milioni di abitanti) e Hotan. Urumqi, a Nord, è popolata in prevalenza da han. Questi ultimi si sono trasferiti nella regione negli anni Novanta, quando Pechino ha dato il via alla campagna go West: un insieme di progetti per agevolare lo sviluppo industriale e urbano dello Xinjiang.

Nei dintorni di Turpan ci sono le montagne fiammeggianti. Un territorio infuocato che in certe ore del giorno diventa un vero inferno. Un obelisco con un gigantesco termometro misura la temperatura al suolo che, a volte, supera i 50 gradi.

Proseguendo lungo la Via della Seta si incontra l’antico villaggio di Jaohe o Yar, ora un sito archeologico suggestivo vecchio di 2000 anni. Costruita dai Gushi nel secondo secolo a.C., Jaohe si arricchì sotto il dominio di molte dinastie tra cui quella politico militare di Tang. Fu distrutta e abbandonata alla fine della dinastia Yuan nel 14° secolo dopo due anni di guerra contro i Mongoli di Gengis Khan. Situata alla confluenza di due fiumi l’antica Jaohe era un oasi molto fertile e prosperosa. Il colpo d’occhio del sito è grandioso, le sagome di palazzi, abitazioni, botteghe appaiono in uno sky line spettacolare. Recentemente riconosciuto come patrimonio Unesco, si estende in un’area di 376 mila metri quadrati su un vasto ed isolato pianoro. Insieme a comitive di turisti cinesi, si percorre la via principale con i resti di vari edifici di argilla, poi, deviando per una stradina con alte mura si arriva ai ruderi di un grande stupa (antichi di 1640 anni): un moncone centrale e quattro ai lati, tutto intorno le basi centinaia di piccoli stupa. Sulle colline si scorgono decine di torri di ventilazione per essicare la frutta e in particolare l’uva di Turpan. Tornando indietro raggiungiamo il “piccolo tempio buddista”, risalente al IV secolo con la sala centrale e il camminamento intorno che ancora conserva gli archi delle porte. La stretta vallata a ovest è tutta verde di coltivazioni. Sulle mura delle antiche costruzioni sono in corso i restauri. Gli operai stanno piazzando dei sostegni nelle pareti. In uno straordinario paesaggio tracce di stupa e templi d’influenza gandharica e zoroastriana.

Qualche ora di volo e si è nella prefettura di Altay dove c’è un grande parco naturale, che comprende vari fiumi e il Lago Kanas che ha la forma di luna crescente. Il lago è navigato da molti battelli turistici che accompagnano i visitatori alla scoperta di indimenticabili scorci e anche del mostro di Kanas. Ci sono stati infatti numerosi avvistamenti di pesci di enormi dimensioni. Ad alimentare la curiosità sul mostro di Kanas la ricerca condotta da Yuan Guoying (Università dello Xinjiang ) che li ha osservati nel 1985. Con i suoi studenti ha valutato che i pesci potrebbero essere di 10 – 15 m di lunghezza e più di 4 tonnellate di stazza con una popolazione totale di 50 individui. E’ stato prodotto un video che viene mostrato anche a bordo del battello dell’escursione. Ad un certo punto del lago il battello si ferma e i naviganti vengono fatti salire in coperta per scattare immagini. Poi, al rientro sottocoperta, il comandante con un’ingenua manovra fa in modo che si abbia l’impressione che qualcosa abbia speronato la barca. La sorpresa è scontata. In realtà si tratta di una nota suggestiva aggiunta alla gita.

Tornando sulla strada verso l’aeroporto per il volo che riporterà ad Urumqi la capitale dello Xinjiang cinese si incontrano i villaggi dei kazaki caratterizzati dalle yurte di pelle bianca e dall’ospitalità delle donne che cuociono sulle braci invitanti spiedini di carne, e bollono in pentoloni di alluminio latte squisito che servono con sopra due dita di panna. Nello stesso territorio c’è anche il villaggio dei Tuwa, in legno con giardini fioriti, i cui abitanti si dicono diretti discendenti di Gengis Khan.

A Urumqi termina questo viaggio ai confini dell’antico impero cinese. La capitale si presenta moderna e vitale con un interessante Moschea davanti alla quale c’è il mercato cittadino. Il Museo Regionale, racchiude millenni di Storia del territorio con una mostra dedicata alle dodici più importanti minoranze etniche della regione. In totale ci sono esposti oltre 50.000 oggetti carpenterie, ferrame, bronzi, broccati, ceramiche, monete, iscrizioni su pietra, armi. C’è anche il fossile di una testa umana che risale a circa 10.000 anni. Tra le maggiori attrattive 21 antiche mummie in straordinario stato di conservazione tra cui spicca la “bella di Loulan”, con ciglia folte, grandi occhi e capelli rossastri e con tratti somatici caucasici. La “bella” ha un’età stimata di 4.000 anni. I corpi essiccati, che hanno potuto evitare la decomposizione naturale per l´atmosfera asciutta e per il suolo alcalino del Bacino di Tarim, non solo hanno dato agli scienziati uno sguardo sulla loro biologia fisica, ma i loro vestiti, strumenti e rituali funebri hanno offerto agli storici uno sguardo nella vita dell´Età del Bronzo.

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Autore: GABRIELLA POLI

Giornalista professionista, iscritta all'Albo professionale dal 1988, ho maturato diverse esperienze nel campo della carta stampata, della radio (Radio RPL, Antenna 3) e della televisione (Rai e Mediaset, Tele Antenna 3). Dottorato internazionale in Tecniche della Comunicazione indirizzo Giornalismo. Sono stata, tra l'altro direttore di testata giornalistica. Ora mi diletto di argomenti vari quali l'Arte i viaggi e l'enogastronomia e scrivo libri. (guide di viaggio per la RCS e libri di restauro e arte per l'Editoriale l'Espresso) e romanzi: La sinfonia dei Templari.

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